De Synodo

Anche ora che si sono spenti i riflettori mediatici –o forse adesso è possibile farlo perfino meglio – si diffondono e si moltiplicano i piccoli e grandi eventi ecclesiali che sull’assise sinodale (sulle sue dinamiche, sui suoi documenti, sul suo portato spirituale) vogliono riflettere e aiutare a riflettere. Dev’esserci un frutto di giustizia e di misericordia che tutta la Chiesa è invitata a cogliere

Che cosa ci aspettavamo dal sinodo sulla famiglia?

Questa domanda è stata rivolta alla platea dal prof. Franco Vaccari, fondatore e presidente dell’Associazione Rondine Cittadella della Pace, in occasione di una conferenza che ha tenuto a Terranuova Bracciolini (AR) la scorsa settimana affrontando il tema “Sinodo e Famiglia”.

La gente in sala ha risposto alla sollecitazione in modi completamente diversi: qualcuno ha espresso l’auspicio che esso potesse zittire definitivamente la caciara mediatica, che lo voleva portatore di fantascientifiche aperture al mondo; altri avevano aspettative più moderate, altri hanno manifestato una leggera delusione perché esso non sembrava aver colto quell’invito all’ascolto delle situazioni più critiche in discussione.

In realtà, ci ha spiegato il prof. Franco Vaccari, la dottrina non è stata minimamente intaccata dal sinodo per il semplice motivo che solo la pastorale era di sua competenza, mentre la dottrina è materia di un concilio, ma sicuramente c’è stata l’intenzione mediatica di far credere che questo sinodo fosse come un concilio, e non un semplice strumento di discussione su come prendersi cura dei fedeli, come adeguare i modi pastorali alle diverse situazioni che la modernità ci presenta oggi.

Dire ciò non significa sminuire l’importanza di tale convegno: infatti va ricordato che il sinodo è uno strumento concreto ed efficace di consultazione delle varie chiese sparse per il mondo, che serve al Papa per prendere visione, tramite gli occhi dei Vescovi e dei Cardinali, delle molteplici condizioni in cui vivono gli uomini, cattolici e non, nel resto del pianeta. È uno strumento che sottolinea il carattere ampio e universale della Chiesa stessa, eppure materna e particolare, che si sofferma ad ascoltare le problematiche più disparate delle famiglie là dove esse vivono e soffrono, per proporre dei modi idonei ad andare loro incontro, nel loro vissuto, con un linguaggio ed un accompagnamento in più possibile incarnati nella realtà locale.

Proprio per il fatto che il sinodo è uno strumento di consultazione, inoltre, l’ultima parola, cioè la sintesi di questo cammino fatto insieme (questo significa sinodo) spetta comunque al Papa che con una relazione finale sancirà le sue decisioni e le sue indicazioni per le nuove azioni pastorali. Il Papa però ha già manifestato su alcuni temi le proprie volontà, emettendo un motu proprio pochi giorni prima dell’apertura dei lavori, con il quale modificava alcune procedure in merito alle dichiarazioni di nullità dei matrimoni, cercando di snellire le pratiche burocratiche, velocizzarle, diminuirne i costi e, soprattutto, delocalizzarle da Roma ai singoli vescovadi.

Anche i Papi precedenti avevano iniziato a mettere mano alla struttura della rinomata Sacra Rota e lo stesso Benedetto XVI aveva esortato i componenti del Tribunale della Rota Romana a non dare «annullamenti ad ogni costo», ma di operare con discernimento al fine di prevenire onerose sentenze e di accompagnare, quando possibile, e indurre i coniugi a convalidare eventualmente il matrimonio e ristabilire la convivenza coniugale.

Papa Francesco ha fatto questo un passo in più, ha “decentrato” la Sacra Rota, distribuendo competenze ad ogni Vescovo, delegando loro l’onere della sentenza. Certo adesso ogni diocesi dovrà dotarsi di una piccola struttura di consulenza giuridica e psichiatrica in modo da poter decidere autonomamente, ma questa disposizione non è una devolution in senso organizzativo, bensì sottolinea la prevalenza del carattere ecclesiale rispetto a quello burocratico nella gestione delle dichiarazioni di nullità. Infatti l’accentramento del potere, di questo potere, in Vaticano, non ha una motivazione teologica, c’è solo una motivazione disciplinare e di prassi consolidata

Il Vescovo è a capo della Chiesa particolare ed ha l’autorità di pastore dei suoi fedeli ed è garanzia della dottrina della Chiesa in quanto successore degli apostoli. Egli amministra tutti i sacramenti e ordina nuovi sacerdoti. In ogni diocesi è già presente tutta la Chiesa di Cristo, una, Santa, Cattolica e Apostolica. Quindi assegnare al vescovo anche la resposabilità di discernere le situazioni di nullità dei suoi fedeli significa semplicemente riaffermare questo principio. È ovvio che il Vescovo è l’apostolo più vicino al suo popolo, ne conosce le situazioni sociali, ambientali, culturali e può quindi discernere con maggiore profondità le motivazioni sottese a una richiesta di nullità, molto più efficacemente di un gruppo di prelati ed avvocati situati a Roma, soprattutto se pensiamo alle diocesi sparse in altri continenti. Quindi questa misura si traduce in una pastorale più a misura di uomo e anche più a misura di Chiesa.

Papa Francesco ha fatto intendere di voler procedere con un analogo decentramento di funzioni anche su altre questioni, ottenendo così il duplice effetto di avvicinare la Chiesa ai fedeli, incarnandola maggiormente nel locale, e alleggerire la struttura burocratica vaticana, il tutto senza effettuare strappi né modifiche dottrinali.

Moltissimi sono poi stati i temi affrontati nella parresia gioiosa del sinodo, decine gli argomenti sviscerati su più temi, l’omosessualità, l’accoglienza dei divorziati risposati civilmente, la teoria gender, tutti argomenti sui quali si sono poi applicati i freddi numeri delle votazioni.

Non mi posso esimere dal sottolineare che le stupidaggini giornalistiche sono fioccate come neve al polo; si sono visti titoli di questo tenore: “Sinodo, la comunione ai divorziati risposati passa per soli due voti. Francesco spacca la politica della Chiesa“. Oltre a non essere chiaro come mai “pastorale” diventa “politica”, oltre a non capire di che spaccatura si parli, c’è da farsi dire da certi scribacchini (peggio di me) da che parte abbiano evinto che il tema degli articoli sul Discernimento e integrazione era la Comunione (che va scritto maiuscolo).

Un tema di poco interesse mediatico, ma di grandissima importanza, per il quale si è prodotta una riflessione di tutto rispetto è quello delle nascite e del loro controllo. È emerso uno stile largo, aperto, di comprensione e compagnia, con richiamo di raccomandazioni precedenti e un invito forte alla coscienza, indicata come ultimo santuario di ogni decisione dei coniugi. Questo tema è nodale perchè rappresenta l’incontro della fede cristiana con la modernità e ha la sua risposta nel concetto molto teologico e complesso di coscienza rettamente formata. Proprio perchè la religione cristiana è la religione della persona di Gesù Cristo, e non la religione del libro, imprescindibile è il richiamo all’utilizzo della coscienza, che qualcuno vorrebbe limitare nei suoi spazi di libertà facendo prevalere il principio di autorità, facile e protettivo, mentre qualcun altro vorrebbe considerare emancipata e soggettiva, non rispondente a nessun dogma, rischiosamente a sé stante. Tra i due eccessi, si colloca tutta la profondità della dialettica su questo tema, mai banale, essenziale per poterci riappropriare con consapevolezza del tema della procreazione e della responsabilità, intesa come capacità di farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni.

Si fa riferimento alla coscienza perché per un cattolico essa è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti, e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente. In questo modo ci si auspica che luoghi con denatalità, come l’Europa e altri invece con alti tassi di natalità, possano trovare equilibri maggiormente compatibili con l’economia e le risorse del luogo.

Il sinodo ribadisce la preferenza ad un’approccio al controllo delle nascite tramite i metodi naturali, e condanna con forza ogni coercizione e imposizione sul numero dei figli.

Questo tema ne introduce un altro per il quale la pastorale non ha ricevuto sostanziali modifiche: il tema delle convivenze prematrimoniali. Da un punto di vista psicologico c’è da mostrare perplessità nei confronti, ad esempio, di un 35enne che, dopo 11 anni di fidanzamento, non giunge al matrimonio e non ha rapporti sessuali. Ci si deve domandare in questi casi che cosa abbiamo fatto passare ai giovani ed alle coppie di quello che è la bellezza ed il reciproco completamento che si ottengono nel Sacramento del Matrimonio. Infatti il procrastinarsi sempre più diffuso delle relazioni di fidanzamento, seppur dovuto a cause sociali ed economiche, rivela anche una crisi esistenziale dei giovani che non sanno più cosa significa maturare e desiderare di donarsi ad un altro in modo totalizzante. Quindi la problematica rilevante, in questo caso, non sono tanto i rapporti prematrimoniali, quanto piuttosto l’incapacità di amare in modo vero. Le nuove generazioni pensano di aver eliminato il rischio del fallimento dalla propria vita mutilando l’esperienza umana della relazione matrimoniale, non capendo che la prospettiva dell’indissolubilità è bellissima: l’umano è capace di vivere se stesso nell’assunzione del rischio, pronunciando quella pazza frase che è “io starò con te nella buona e nella cattiva sorte”, masticando la paura del fallimento e anche scoprendo dentro ogni sconfitta quegli elementi che possono tirar fuori risorse per una crescita.

In conclusione, aspettando la lettera di Papa Francesco che ci illuminerà su come è stata recepita da Pietro la relazione del Sinodo, godiamoci il Giubileo della Misericordia, perché su una cosa forse troppo spesso sorvoliamo, sul fatto che Dio è Misericordia, e questo è un concetto “innovativo” sul divino che prima del cristianesimo non esisteva.

Godiamoci la Misericordia e portiamola con noi nella Chiesa che deve essere misericordiosa anche essa. La Chiesa, un fiume che traccia il percorso verso il mare, un fiume dove ognuno come una goccia può schizzare, perdersi nei gorghi o stagnare nelle anse, ma che prima o poi raggiungerà la foce.

Pensiero Profondo Written by:

Pensiero Profondo è un calcolatore gigantesco programmato da una razza di esseri superintelligenti e pandimensionali per trovare "la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto". Dopo sette milioni e mezzo di anni di elaborazioni, Pensiero Profondo fornisce la Risposta alla Domanda fondamentale. La risposta è 42, argomentando come segue: "42", in realtà, è una risposta buona quanto un'altra. Il vero problema è: qual è la Domanda fondamentale? Nessuno, infatti, si è preso la briga di fare al megacomputer la Domanda giusta...

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